L’ultimo ostacolo che il sistema scolastico italiano pone dinanzi allo studente è il famigerato e temuto esame di maturità: l’esame per eccellenza; quello che consente di intuire quale sia il prosieguo ed il destino di chi sceglie di continuare a studiare, l’oggetto di incubi, preghiere e piani macchinosi che meriterebbero di partecipare al conteggio del voto finale per le abilità, l’ingegno e la furbizia adoperati, elementi che, spesso e con un po’ di fortuna, ne determinano il successo.
Istituito nel 1923 con la riforma Gentile, questo si aggiungeva alla prima vera prova del percorso, rappresentata dall’esame posto al termine del primo ciclo di studi – quello elementare – e ad una prova intermedia, l’esame di terza media.
Per come introdotto, l’esame si componeva di 4 prove scritte ed una orale, tutte volte a verificare la reale conoscenza degli studi impartiti negli anni della scuola superiore;
la commissione era nominata direttamente dal Ministro e composta da soli docenti esterni; i voti venivano assegnati per materia e poi sommati.
E’ solo nel 1952 che, con il ministro Gonella, fanno la loro prima comparsa i membri interni della commissione.
Nel 1969 cambia la prova orale: per il ministro Sullo, il colloquio avrebbe dovuto avere ad oggetto soltanto 2 materie, diverse da quelle già verificate con gli scritti.
Il voto massimo è 60.
Nel 1997 l’esame di maturità cambia nome e diventa Esame di Stato (attuale denominazione) per volere dell’allora ministro Luigi Berlinguer.
Le prove scritte diventano 3, più un orale su tutte le discipline dell’ultimo anno.
Per la prima volta si parla di crediti scolastici ed il voto massimo diventa 100.
Tra il 2001 ed il 2017 i mutamenti sono perlopiù organizzativi, fino ad arrivare alla Riforma Fedeli che vede la riduzione del numero delle prove scritte a 2, più un colloquio orale vertente, in maniera preponderante, sulla esperienza di alternanza scuola-lavoro.
Viene introdotta l’obbligatorietà delle prove INVALSI per l’accesso all’esame e muta il peso dei crediti scolastici.
Sono gli ultimi due anni, segnati dalla perdurante crisi sanitaria, ad aver stravolto non solo la struttura, benanche la ratio e la funzione di questo passaggio obbligato:
nei primi anni della sua applicazione, questi rispondeva unicamente alla necessità di verificare le competenze acquisite dai giovani nel corso del loro percorso scolastico, onde evitare che i non meritevoli potessero passare oltre: si presentava come la prova finale della disciplina del salto con l’asta, in cui si doveva dimostrare di riuscire, con i mezzi a disposizione, a saltare e superare il solco esistente tra un grado di istruzione ed il successivo. La rincorsa – il percorso -, lo slancio – la preparazione – ed infine l’esame – il salto -, con l’aiuto di un’asta determinata autonomamente in lunghezza – il sapere acquisito – dovevano risultare idonei ed adeguati ad assicurare una continuazione nella disciplina e negli studi.
Le varie riforme hanno attenuato austerità e severità dell’esame più temuto da ogni adolescente, portandolo ad essere un mero completamento del percorso: un finale a cui attribuire sì valore, ma non superiore a quello assegnato al tragitto già compiuto, a cui doveva invece essere destinato un numero nettamente superiore di crediti, elementi fondamentali per il computo del voto finale.
Il 2020, l’anno della pandemia, ha estremizzato queste conclusioni: date le eccezionali condizioni in cui il mondo della scuola si è trovato a dover lavorare, anche la conclusione della stessa ha necessitato di alcune modifiche funzionali, in modo da potersi adattare al momento storico, alle necessità, alle paure e ai mutati bisogni di alunni e docenti, reduci da mesi di una didattica sui generis – la cd. DAD – sulla cui efficacia ancora si dibatte.
Nasce così un modello apparentemente temporaneo di Esame di Stato: una sola prova orale della durata di 60 minuti, senza alcuna prova scritta né la prima necessaria prova INVALSI, dinanzi ad una commissione di soli docenti interni, cui si aggiunge il Presidente di commissione.
La medesima formula salvifica è poi stata confermata anche per la maturità 2021, seppur con qualche modifica (assegnazione, nel mese di aprile, di un argomento per ogni studente, che debba essere da questi sviluppato e discusso nella prova orale), nonostante il parziale rientro in classe degli studenti e gli accessi dibattiti su una possibile modifica del calendario scolastico, resasi necessaria per far fronte alle carenze della didattica non svolta in presenza.
Si arriva dunque all’Anno Domini 2022: l’anno della ripartenza, della Ripresa e della Resilienza. L’anno del ritorno alla normalità anche per la scuola, che ha finalmente rivisto piene le sue aule. L’anno in cui tutto dovrebbe ritornare com’era, o quasi.
La proposta di far riemergere le prove scritte da quello che era il (semi)consolidato modello di Esame di Stato sta trovando la resistenza degli studenti di tutta la penisola, che si muovono con slogan e striscioni.
Ci si chiede allora quanto temporanea fosse quella misura; quanto dettata da urgenza debba essere quella chiesta a gran voce dagli odierni diciottenni; quale sia, oggi, lo scopo di questa temuta prova se non più affine a quello prospettato alla sua nascita.
Ogni individuo necessita di vivere nel suo tempo: i cambiamenti sociali e culturali di un popolo portano inevitabilmente alla revisione di scelte passate e alla modifica di istituti preesistenti, ma anacronistico e contraddittorio potrebbe sembrare conservare il titolo dato ad una formula del passato avendone modificato radicalmente il contenuto e senza più perseguire il medesimo obiettivo.
Chiamare con lo stesso nome qualcosa di profondamente diverso non comporta altro che confusione, perdita di identità dell’istituto e dignità delle sue funzioni.
A questo punto, auspicando una seria e adatta riforma del sistema scolastico, non rimane che domandarci: ha ancora senso pretendere un salto con l’asta se l’ostacolo è irrisorio?
A cura di Diana Pittelli
