Nel pomeriggio di ieri, 16 febbraio, la corte costituzionale si è pronunciata sul cosiddetto “Referendum cannabis”, rigettando il quesito referendario, dichiarandolo inammissibile.
Però, per comprendere al meglio, è necessario fare un passo indietro.
Come si evince da quelle che sono state le parole del Presidente della Consulta Giuliano Amato, il problema principale non stava nella legalizzazione della cannabis in sé, ma nel testo del referendum, il quale risultava scritto in maniera erronea o, se si vuol pensare con malizia, scritto in maniera tale da camuffare, con un titolo fuorviante, quello che era un ipotetico reale scopo: provare a far legalizzare le cosiddette droghe pesanti.
Il Presidente Amato ha affermato: “Abbiamo dichiarato inammissibile il referendum sulle sostanze stupefacenti, non sulla cannabis. Il testo referendario prevede che scompaia, tra le attività penalmente perseguite, la coltivazione delle sostanze stupefacenti di cui alle tabelle 1 e 3, le quali non includono neppure la cannabis, la quale è nella tabella 2, ma includono il papavero, l’oppio e la coca, le quali sono definite in realtà droghe pesanti.”.
Per cui, in realtà, il testo referendario non prevedeva la legalizzazione della cannabis, ma delle droghe pesanti. Si è davanti ad un qualcosa di assurdo, un testo referendario completamente incoerente rispetto all’oggetto e allo scopo del referendum stesso. A questo punto bisognerebbe chiedersi con quali intenzioni sia stato scritto il testo del referendum. Perché o è stato scritto con la palese e fraudolenta intenzione di ingannare la collettività in relazione alle finalità del referendum -e con la inspiegabile ed ancora più assurda volontà di ingannare la Consulta, come se questa potesse mai non verificare il testo-; oppure, presumibilmente, considerando l’oggetto del testo, è da pensare che questo sia stato scritto da un soggetto in stato di incapacità naturale dovuto al consumo delle suddette sostanze stupefacenti.
A prescindere dagli errori presenti all’interno del testo, sulla legalizzazione delle droghe si potrebbe aprire un dibattito immenso, con ragioni e tesi più o meno valide riportate da entrambi gli schieramenti.
Una tesi sicuramente appropriata, a sostengo della legalizzazione, è quella relativa all’utilizzo in ambito medico della cannabis come cura per determinate patologie, risultato ormai scientificamente acclarato.
Altre tesi volte a sostenere la legalizzazione concentrano le loro argomentazioni sul fatto che questa possa essere un valido modo per contrastare le mafie, impedendo l’accumulo di ricchezze percepite dal traffico di droga. In realtà, però, sembra essere una sciocchezza dire che legalizzare la cannabis serva a contrastare il fenomeno mafioso: innanzitutto, su circa 100 persone che fanno uso di droghe solo il 5% usa droghe leggere e di questi soltanto il 25% risulta essere maggiorenne, per cui il restante 75% è composto da minorenni che, presumibilmente, continuerebbero a rifornirsi nel mercato clandestino.

A sostegno della tesi opposta, contro la legalizzazione, si possono portare autorevolissime dichiarazioni, sempre attuali e mai anacronistiche, di magistrati come Nicola Gratteri e, soprattutto, Paolo Borsellino. Ci limitiamo a citare un estratto di un’intervista fatta a quest’ultimo in merito alla legalizzazione delle droghe: ”Oggi è vero che il business più importante della mafia è il traffico di sostanze stupefacenti e qualcuno ha sostenuto che eliminare il traffico clandestino, legalizzando il consumo di droga, sia sufficiente per levare dalle mani della mafia la possibilità di acquisire questi guadagni illeciti ed essere così potente. Tuttavia non si riflette che la legalizzazione del consumo di droga non elimina affatto il mercato clandestino, anzi, le categorie più deboli e meno protette saranno le prime ad essere investite dal mercato clandestino. Perché con qualsiasi tipo di legalizzazione io non riesco ad esempio ad immaginarla come una legalizzazione che consenta al minore di entrare in farmacia ed andarsi a comperare una dose. […] È chiaro quindi come ci sarebbe questa fascia di minori che sarebbe investita dal residuo traffico clandestino. […] E poi ci sarà un’ulteriore parte del mercato clandestino incrementato da tutti coloro che per qualsiasi ragione non vorranno ricorrere al mercato ufficiale: per non essere schierati , per non essere individuati, per ragioni sociali etc.. E resterebbe una residua fetta di mercato clandestino che diventerebbe ben più pericolosa, perché diretta a coloro che per ragioni di età non potrebbero ricorrere al mercato ufficiale, cioè le categorie più deboli e più da proteggere, le quali andrebbero inoltre incontro a quelle droghe più micidiali, cioè quelle che non potrebbero a prescindere essere vendute nel mercato ufficiale. Conseguentemente mi sembra da dilettanti il pensare che la liberalizzazione del traffico di droga farebbe sparire il traffico clandestino, levando queste unghie al potere mafioso. E oltretutto ammesso che, per assurda ipotesi, quella liberalizzazione, che già di per sé produrrebbe immensi danni di altro genere, potesse strappare questo artiglio dalle unghia della mafia; siccome la mafia non è soltanto il traffico di stupefacenti, riconvertirebbe immediatamente e pesantemente la sua attività ad altri settori.”.
Come già accennato il tema è caldo e complesso, ma, per il momento, non si può far altro che limitarsi a quello che è il preesistente stato delle cose.
A cura di Lorenzo Peraino
