Lo chiamavano “Gjarpëri”, il Serpente, perché riusciva a sfuggire alle forze serbe. Si
muoveva nell’ombra e appariva dove nessuno lo aspettava. Quel nome di battaglia
divenne parte del mito di Hasim Thaçi. Oggi però, quel simbolo di liberazione del
Kosovo ha una condanna di 25 anni di carcere per crimini di guerra. È difficile
immaginare un contrasto più crudele. Da una parte, l’uomo che per molti kosovari
rappresenta la lotta armata contro la repressione serba. Dall’altra un’aula di tribunale
dell’Aia che lo ha riconosciuto penalmente responsabile di arresti e detenzioni
arbitrarie, trattamenti crudeli, torture e omicidi commessi durante la guerra in
Kosovo.
Per comprendere la vicenda di Thaçi, bisogna tornare indietro alla dissoluzione della
Jugoslavia e, soprattutto, alla situazione del Kosovo negli anni Novanta.
Dopo la progressiva erosione dell’autonomia kosovara e l’intensificarsi della
repressione sotto il regime di Slobodan Milošević, una parte crescente della
popolazione albanese del Kosovo iniziò a considerare fallimentare la strategia della
resistenza non violenta associata a Ibrahim Rugova. In questo contesto, nel corso
degli anni Novanta, si affermò l’UCK, l’Esercito di liberazione del Kosovo, che scelse
la lotta armata per raggiungere l’indipendenza. Hashim Thaçi divenne una delle
figure politiche centrali dell’UCK. Nel 1999 guidò la delegazione kosovaro-albanese
ai negoziati di Rambouillet, convocati nel tentativo di trovare una soluzione politica al
conflitto. I negoziati fallirono e, nelle settimane successive, la diplomazia lasciò
spazio all’intervento militare della NATO contro la Repubblica Federale di Jugoslavia.
La guerra del 1998-1999 lasciò migliaia di morti e una società profondamente
segnata dalle espulsioni, dalle distruzioni e dalle violenze. Per molti kosovari
albanesi, l’UCK divenne il simbolo della resistenza contro la repressione serba e
Thaçi, negli anni successivi, divenne uno dei volti politici della nascente Repubblica
del Kosovo. Fu primo ministro e, successivamente, presidente; nel 2008 fu tra i
protagonisti della dichiarazione d’indipendenza.
Ma il 16 settembre 2026 le Camere Specializzate del Kosovo, con sede all’Aia,
hanno pronunciato la sentenza contro Thaçi e altri tre ex dirigenti dell’UCK. Il
tribunale lo ha dichiarato colpevole. La sentenza, però, si sofferma su un punto di
grande importanza: non stabilisce che la lotta del Kosovo per la propria autonomia
fosse un crimine. Invece, stabilisce la responsabilità penale individuale degli imputati
per specifici crimini di guerra commessi durante il conflitto.
Fuori dall’aula la distinzione giuridica si scontra con quella emotiva. Quando
un uomo viene trasformato dalla società in un simbolo, può una sentenza
giuridica separare l’eroe dal criminale? A Pristina, la sentenza è stata accolta da
manifestazioni e proteste, perché la condanna di Thaçi è percepita come una ferita
alla memoria collettiva.
Mentre Thaçi affronta il giudizio della storia e della giustizia, la stessa città dell’Aia
aveva appena assistito alla morte di un’altra figura divenuta simbolo di una guerra e
delle sue atrocità.Poche settimane prima, il 27 agosto, era morto proprio all’Aia Ratko Mladić, l’ex
comandante dell’esercito serbo-bosniaco condannato all’ergastolo per genocidio,
crimini contro l’umanità e crimini di guerra, tra cui il genocidio di Srebrenica. La sua
morte aveva riacceso le divisioni sulla memoria della guerra: per le sue vittime e per
gran parte della comunità internazionale, Mladić rimane legato a uno dei capitoli più
atroci delle guerre jugoslave; per una parte della società serba, invece, la sua figura
continua a essere associata alla difesa del proprio popolo.
Due uomini. Due guerre. Due memorie che si guardano da lati opposti della
stessa storia.
Ma il confronto tra le loro vicende non equivale ad equiparare i conflitti in cui hanno
combattuto o le responsabilità accertate dai tribunali. Significa piuttosto interrogarsi
su un problema che attraversa la memoria dei Balcani: come riconoscere le
sofferenze di un popolo senza trasformarle nella giustificazione per ignorare quelle
degli altri.
Nel caso del Kosovo, questo significa poter riconoscere la repressione subita dalla
popolazione kosovaro-albanese e il ruolo dell’UCK nella lotta contro le forze serbe,
senza per questo considerare automaticamente legittimo ogni atto compiuto da chi
combatteva per quella causa. Allo stesso tempo, significa non trasformare i crimini
commessi da singoli esponenti dell’UCK in una negazione delle ragioni storiche e
delle sofferenze che spinsero una parte della popolazione kosovara a scegliere la
lotta armata.
Le guerre nei Balcani non sono finite davvero nel 1999. Le armi sono state deposte, i
confini sono cambiati e nuovi Stati sono nati, ma il conflitto continua a vivere nella
memoria: nei funerali, nelle fotografie appese alle pareti, nei racconti delle famiglie e
nei figli che hanno ereditato il dolore dei padri senza aver mai visto i campi di guerra.
Forse è proprio questa la difficoltà più grande: accettare che una memoria collettiva
possa contenere contemporaneamente il ricordo di una liberazione e quello delle
vittime, la sofferenza subita e la responsabilità per le sofferenze inflitte.
Martina Massaro
