Già dieci anni fa, una produzione Medusa Film e Taodue avevano tracciato un titolo che possiamo percepire attuale ora che è tutto compiuto: il Papa della Gente.

Quando il 24 aprile ho varcato la soglia della Basilica Vaticana per visitare la salma di Francesco, mi è sembrato di comprendere profondamente quelle parole: la Chiesa aveva perso il suo Pastore, la gente aveva perso il suo Papa.

Testimonianza viva di quanto detto si riscontra nelle 400mila persone hanno partecipato al cordoglio: tra visite alla salma, partecipazione ai funerali, presenza durante il corteo funebre e pellegrinaggio alla tomba immediatamente dopo la tumulazione. Sorge, allora, spontaneo l’interrogativo: quante di queste persone sono effettivamente cattoliche praticanti?  La domanda è retorica e mal posta dato che la risposta non servirebbe a molto: Papa Francesco è stato il Papa della Gente e non dei cattolici, non dei praticanti, non dei battezzati ma, banalmente e straordinariamente, della gente. 

E così, mentre scorrevano le ore e il popolo continuava a fluire davanti al feretro, sembrava che ciascuno portasse con sé non solo dolore, ma anche una gratitudine silenziosa. Perché Francesco aveva parlato a tutti: ai credenti e ai dubbiosi, ai lontani e ai vicini, agli esclusi soprattutto. Aveva restituito alla parola “Papa” una semplicità profonda, una vicinanza autentica, una voce che non giudicava ma ascoltava.

La sua voce aveva un tratto unico nel panorama dei grandi della Terra: non si alzava per dominare, ma per accogliere. Per questo, quando parlava di pace, non lo faceva con la retorica dei diplomatici ma con la concretezza di chi la viveva ogni giorno come atto quotidiano. Per Papa Francesco, la pace non era banalmente il contrario della guerra — non bastava spegnere le armi per conquistarla — ma era un modo di vivere. Un modo di abitare la terra. Un modo di essere umani nella convivialità delle differenze.

Lo aveva detto e testimoniato profondamente: con i suoi viaggi, le sue scelte, i suoi silenzi carichi di significato. Aveva fatto spazio, continuamente, alle periferie dell’anima e del mondo. Per lui non esistevano “ultimi” nel senso gerarchico del termine. Esistevano fratelli e sorelle. Tutti, senza eccezione, invitati a sedere alla stessa tavola.

Francesco è stato un vero successore al soglio pontificio e alla Cattedra di Pietro. Perché se è vero che a Pietro furono affidate le chiavi del Regno, è ancora più vero che quel Regno non gli appartiene.

È dei poveri. Degli ultimi. Dei dimenticati.

E come Pietro, Francesco sì, è stato custode — ma senza essere padrone di casa.

Articolo a cura di Giacomo Curci.

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