La Camera dei deputati ha approvato in prima battuta il disegno di legge costituzionale proposto dal governo, che introduce una profonda modifica al sistema giudiziario: la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Un tema che da anni alimenta il dibattito tra politica e magistratura e che, secondo l’Associazione Nazionale Magistrati (ANM), potrebbe rappresentare un rischio per l’equilibrio democratico.
Attualmente, magistrati e pubblici ministeri seguono lo stesso percorso formativo e, nei primi nove anni di carriera, possono cambiare funzione una sola volta. Il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), presieduto dal Presidente della Repubblica, vigila sulla loro attività. La riforma, approvata dal Consiglio dei Ministri a maggio 2024, prevede invece una netta separazione dei percorsi fin dall’inizio, con giudici e PM inseriti in ruoli distinti e non più interscambiabili. Sebbene il passaggio di funzione sia già un fenomeno limitato (secondo i dati del CSM del 2019, meno del 10% dei magistrati ha effettuato più di un cambio e solo il 16% ne ha fatto uno), il governo ritiene che questa modifica rafforzerà l’indipendenza reciproca tra funzione giudicante e funzione inquirente.
La riforma interviene anche sull’assetto del CSM, che verrebbe diviso in due organismi separati per gestire rispettivamente giudici e PM. Un’altra novità riguarda la selezione dei membri, che non saranno più eletti ma sorteggiati in parte da un elenco di magistrati e in parte da un elenco di accademici ed avvocati. Infine, è prevista l’istituzione di un’Alta Corte Disciplinare, composta da 15 membri, tre dei quali nominati dal Presidente della Repubblica, con il compito di occuparsi delle questioni disciplinari dei magistrati.
Tra le argomentazioni a favore della riforma, c’è chi sostiene che la separazione delle carriere può garantire una maggiore imparzialità del giudice. L’idea è che chi giudica debba essere equidistante sia dall’accusa sia dalla difesa, senza mai aver ricoperto il ruolo di pubblico ministero. Questo principio si rifà a una concezione del giudice come arbitro imparziale, che non deve avere alcun legame con la funzione inquirente. Di contro, chi critica la riforma, afferma che questa non affronta i veri problemi della giustizia italiana, come la lentezza dei processi e l’inefficienza del sistema. Il rischio, per i sostenitori di questa tesi, è che si crei un’eccessiva subordinazione del PM all’esecutivo, compromettendo l’equilibrio tra i poteri dello Stato. Un altro punto controverso riguarda la riforma del CSM: la sua frammentazione potrebbe indebolire l’autonomia della magistratura e rendere il sistema più vulnerabile alle influenze politiche.
Il 25 gennaio ha avuto luogo l’inaugurazione dell’anno giudiziario in tutta Italia, con celebrazioni ufficiali presiedute da esponenti del Governo. A Napoli, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha partecipato alla cerimonia, ma i magistrati hanno lasciato la sala del distretto della Corte d’Appello in segno di protesta. Simili manifestazioni sono avvenute a Roma e Milano, dove i magistrati hanno abbandonato gli eventi durante gli interventi di politici. A Genova, oltre 100 magistrati hanno protestato contro la proposta di legge sulla separazione delle carriere, mentre a Palermo hanno alzato al cielo la Costituzione.
Ora il disegno di legge passa al Senato. Trattandosi di una riforma costituzionale, dovrà essere approvata nuovamente da entrambe le Camere e, se non si raggiungerà una maggioranza di due terzi, sarà necessario il ricorso a un referendum confermativo.
Il tema resta divisivo: da un lato c’è chi considera la separazione delle carriere una garanzia di indipendenza, dall’altro chi teme che possa minare l’equilibrio tra i poteri dello Stato. L’auspicio è che il confronto politico possa portare a una riforma realmente efficace per migliorare il sistema giudiziario, rispondendo alle esigenze dei cittadini senza compromettere l’autonomia della magistratura.
