Avere 16 anni, realizzare il proprio sogno di diventare una ginnasta professionista riuscendo ad onorare la maglia della nazionale con plurime vittorie; cosa chiedere di più dalla vita?
Eppure, come si suol dire, non è tutto oro ciò che luccica.
Lo scorso 29 ottobre il mondo della ginnastica ritmica è stato scosso dalle dichiarazioni rese dalla farfalla Nina Corradino a “La Repubblica”.

L’atleta della Nazionale, adesso diciannovenne, ha avuto la forza di svelare, con coraggiose dichiarazioni, “l’altra faccia della medaglia”, il lato oscuro nascosto dietro la splendida facciata della ginnastica ritmica.
L’atleta, all’epoca dei fatti ancora minorenne,  ha confessato gli estremi rimedi che, come molte sue altre compagne, aveva dovuto attuare pur di continuare ad inseguire il proprio sogno: la Corradini ha rivelato come,  di nascosto, fosse costretta a recarsi abitualmente in farmacia per comprare il lassativo Dulcolax, “un estremo tentativo” per soddisfare i parametri del peso della squadra azzurra di ginnastica ritmica e non ricevere, così, le “pressioni mentali” delle allenatrici della Federginnastica.

L’atleta racconta i suoi due anni nella palestra di Fabriano nel corso dei quali , ben presto, il sogno si tramutò in un incubo: dopo i primi due mesi, gli unici dei quali poter conservare un bel ricordo, ben presto la “vita di una farfalla” si dimostrò ben più atroce di quanto potesse immaginare.

Nina riferisce che “Per le allenatrici ero solo una pedina, non c’era rapporto umano. Non mi hanno mai chiesto come stessi”. Le atlete venivano pesate quotidianamente da una delle allenatrici, che puntualmente, nel corso di questa operazione, le insultava, mentre erano praticamente nude e davanti a tutto il resto della squadra. In che modo?
Con frasi come: “vergognati!”, mangia di meno!”, “come fai a vederti allo specchio?”, “Ma davvero riesci a guardarti?!”, “Sei una maialina!”.
Intimorita dall’eventualità di subire una tale umiliazione, Nina si pesava 15 volte al giorno, viveva in farmacia e abusava di Dulcolax, assunto al fine di perdere peso, ma, di fatto, determinando la sola conseguenza di vivere in un corpo senza forze, con un intestino distrutto, una costante disidratazione e un insano rifiuto di mangiare.
Pesava 55kg, ma per le allenatrici non era abbastanza; avevano i loro canoni di bellezza e atleticità. Quali? Nemmeno lei lo sa.

“Non so se la Federazione sia a conoscenza di questo metodo: magari dei controlli sì, ma del trattamento e delle umiliazioni no”. E la Federginnastica, contattata da Repubblica, ha dichiarato che per il momento preferisce non commentare.
Nina però non è sola in questa battaglia contro un sistema malato; insieme a lei alcune sue compagne di squadra che hanno deciso di rompere il silenzio, oltre anche a ragazze di categorie inferiori. Non hanno tardato, infatti, ad arrivare testimonianze, che hanno definitivamente scoperchiato il vaso di Pandora dentro il quale si sviluppava l’intero sistema degli allenamenti.
“ A me hanno sequestrato gli integratori, perché secondo loro avevamo scambiato le scatole, ed erano caramelle. Facevo la C, avevo 13-14 anni, ci impedivano di bere acqua dalle nostre bottiglie, potevamo bere solo i bicchieri che preparavano loro e quando decidevano loro. Ho visto una mia compagna svenire.”
Le atlete raccontano che si autoinducevano il vomito, di soffrire di anoressia nervosa, di plurimi ricoveri, di pesare sotto i 40 kg ( si noti come il normopeso di una ragazza alta 165 cm a 18 anni è tra i 50 ed i 60 kg; fra le varie esperienze riportate, vi è quella di un’ex atleta che, sotto tali controlli, partendo da tali presupposti era arrivata a pesare 36 kg), di “subire” continui parallelismi/paragoni con le atlete più piccole (perché più snelle), esclusivamente pur di rientrare nei canoni di bellezza posti dalle insegnanti.

L’Alteta perfetta? “Orfana, perché non ha genitori che si impicciano, e ignorante, perché non va a scuola”. Non a caso, fra le pretese delle allenatrici vi erano il divieto di frequentare qualunque scuola serale nonché quello di sentire frequentemente le proprie famiglie, proprio al fine di reprimere in una trappola, imprigionate in questa bolla fuori dal mondo e da qualunque canone di buonsenso, queste promettenti farfalle, ormai ingabbiate e prive di spiccare autonomamente il volo.

Queste raccontate sono solo alcune delle testimonianze rese dall’inchiesta de la Repubblica; tuttavia, centrano in pieno il sistema malato in cui tantissime ragazze vivono o hanno vissuto.
In altre parole, l’essere atlete professioniste, vincere le Olimpiadi o qualsiasi altra competizione, a volte non basta, se non si è disposti a piegarsi a determinate imposizioni, a sottostare a vari soprusi e abusi delle allenatrici, se non si è disposti, in poche parole, ad annullare completamente la propria personalità e vita sociale per rientrare nei malati ed insani canoni di bellezza e di atleticità.
Il sogno di tante ragazze si trasforma così in incubo, nel quale si resta imprigionati.
Ma la realizzazione di un sogno, vale così tanto la pena?
E’ mai possibile chiedere ad una ragazzina -poco più che bambina- tali inumane sofferenze per poter raggiungere le proprie massime aspirazioni?
E’ mai possibile che una performance sportiva, che dovrebbe rappresentare il veicolo attraverso il quale poter esprimere appieno la propria personalità (che, in ragazzi di quell’età, tra l’altro, è ancora in piena formazione), determini invece la completa alienazione della stessa?
Ma soprattutto, siamo sicuri che un tale modus operandi sia tipico solo di questo sport, o dovremmo aspettarci ulteriori scossoni anche in altre discipline?

Ci si augura che una tale condotta, decisamente in contrasto con quelli che dovrebbero essere i pilastri dello sport, possa rappresentare un unico, tristissimo, caso isolato, e che ben presto in ogni disciplina, specie se praticata a livello giovanile, si ritorni ad insegnare lo sport in primis, come strumento educativo ed in secundis, seguendo un modello di performance sano e costruttivo.

A cura di Dea de Angelis

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