Nelle ultime settimane la tensione sta continuando a crescere nell’Ucraina orientale. Il Cremlino continua ad ammassare uomini e mezzi al confine con gli Oblast (cioè le regioni) di Donezk e Luhansk, in Crimea e in Bielorussia de facto chiudendo in una sacca il territorio ucraino. Al contempo, gli Stati Uniti e la NATO riforniscono il governo di Kiev con armamenti idonei a causare il maggior danno possibile alle truppe russe in caso di invasione (missili contro carro, munizionamento anti-materiali, ecc ).
Ci sono, dunque, le condizioni per parlare di ritorno della “guerra fredda”? Più no che sì.
In primo luogo, lo scontro non è affatto “freddo”. L’esercito regolare ucraino e le sue milizie (composte anche da occidentali) e le forze delle auto-proclamate repubbliche separatiste e i soldati dell’esercito russo (ovviamente senza falsa bandiera) combattono ogni giorno, già dal 2014.
Inoltre, sarebbe più corretto parlare di guerra fredda “del XXI secolo”. Tutti conoscono i film “Caccia ad Ottobre Rosso” e “Il Dottor Stranamore”, capolavori della cinematografia che descrivono benissimo il clima di “isteria” del secondo dopoguerra. Ecco la guerra è cambiata, non è fatta più soltanto di sottomarini nucleari che si inseguono sotto i ghiacci dell’Artico ovvero di squadroni di bombardieri B-52 armati con “l’atomica” fuori controllo.
Esistono nuovi “domini”, nuovi terreni di gioco, in cui gli Stati si confrontano e in cui le guerre si possono vincere. La guerra cibernetica, la guerra dell’informazione, ad esempio, gli attacchi DDoS subiti dal Governo ucraino e i martellanti proclami delle repubbliche separatiste che accusano il nemico di presunte violazioni dei diritti umani o di obbligazioni di diritto internazionale.
Infine, non si può fare un reale paragone tra lo scontro, durato quasi cinquant’anni tra USA e URSS e il confronto odierno poiché le stesse ragioni profonde sono ben diverse.
Il muro di Berlino fu eretto per “difendere” l’ideologia sovietica (o comunista se si preferisce) da quella occidentale (o capitalista latu sensu). Invece, oggi, armi e uomini affluiscono in Ucraina poiché da un lato Putin impedisce con ogni mezzo a Kiev di entrare a far parte del mondo occidentale ( si pensi al saltato vertice di Vilnius del 21 novembre 2013 e al categorico “veto” su di una possibile adesione alla NATO). Dall’altro Stati Uniti e NATO mirano ad indebolire la Russia e a creare un’area di contenimento per le pressioni del Cremlino.
Alcuni opinionisti (filo-russi evidentemente) hanno tracciato un paragone tra la crisi dei missili di Cuba e l’eventuale adesione ucraina all’Alleanza atlantica. Infatti, la Russia avrebbe mobilitato le sue armate per non rinunciare all’area di influenza sull’asia centrale, corrispondente alla CSI (Comunità degli Stati Indipendenti, una specie di “commonwealth ex-sovietico).
Se ad un’analisi superficiale le due crisi potrebbero somigliarsi, una riflessione più approfondita ci dimostra come le finalità russe non siano di “autodifesa” e i mezzi impiegati ben più aggressivi. Già come si è verificato in Cecenia, tra Azerbaijan e Armenia, in Bielorussia e in Kazakistan la Russia non si fa scrupoli a mandare i suoi militari a sedare conflitti locali e a ristabilire l’ordine ad essa più favorevole. Inoltre, non si potrebbe parlare di autodifesa in quanto la NATO, per quanto potente e capace possa essere, rimane un’alleanza difensiva, perciò il famigerato meccanismo ex Art.5 non sarebbe azionabile se non in risposta ad un attacco esterno. L’Alleanza nord-atlantica non costituirebbe una vera e propria minaccia, come i missili MRBM e IRBM di Chruščëv.
A differenza del 1962, quando vi fu una “miracolosa distensione”, invece, la pace sembra sempre più lontana e l’esito del confronto si fa di ora in ora sempre più incerto. Difficilmente, l’Ucraina desisterà dal proposito di entrare nell’Unione europea e nella NATO e certamente continuerà a lottare per l’unità nazionale. Altrettanto improbabile è lo scenario in cui sarà Putin a rinunciare alla stabilità dell’area filorussa circostante la Federazione o alla difesa dei ribelli filorussi.
Ad oggi le parziali conclusioni che si possono trarre sono la vittoria della Repubblica popolare cinese, il vantaggio statunitense e la sconfitta dell’Unione europea.
La Cina ha potuto svolgere le Olimpiadi invernali di Pechino “in serenità”, cioè senza dover assumere posizioni “scomode” durante la tregua olimpica. Inoltre, la RPC ha tutto l’interesse ad un indebolimento russo in Asia centrale, così da spalancare le porte alla “nuova via della seta”, cioè quell’insieme di accordi commerciali con cui la Cina tenta di allontanare Stati Uniti ed Europa in vista di un futuro scontro nel Pacifico. Gli Stati Uniti seppur non siano ancora riusciti a “salvare” l’Ucraina sono stati capaci di “riaccendere la fiamma” della NATO, nata e cresciuta in chiave anti-sovietica (poi anti-russa), tanto da essersi rivelata inadeguata nello scontro con la Cina. Infine, l’Unione europea si è dimostrata ancora troppo “immatura” per parlare con una voce sola e non essere marginalizzata ai tavoli delle trattative.
Nonostante Russia e Bielorussia abbiano costituito le unità “Z” ovvero unità pronte per operazioni di guerra e l’Ucraina sia già alla fase del bombardamento preventivo e della complementare infiltrazione di unità nel territorio nemico, i negoziati sembrano non fermarsi. La strada della diplomazia è e rimarrà sempre la via meno costosa per tutti gli attori coinvolti, anche se talvolta appare meno complesso un conflitto armato, scoppiato magari sulla base di un artificioso “casus belli”.
A cura di Leonardo Fancello
