“In fondo questa vita non ha significato se hai paura di una bomba o di un fucile puntato,” canta Fabrizio Moro, e mai queste parole sono sembrate così tragicamente vere come il 19 luglio 1992, quando Via D’Amelio divenne palcoscenico di una delle pagine più violente della storia del nostro Paese. In un attimo di devastazione pura, un’autobomba carica di 100 chili di tritolo ha messo fine alla vita del giudice Paolo Borsellino e a quella dei cinque agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina ed Emanuela Loi, la prima donna della Polizia di Stato a morire in servizio.

Erano passati meno di due mesi dalla strage di Capaci, dove Giovanni Falcone, il compagno di battaglia di Borsellino, aveva incontrato un destino altrettanto cruento. La guerra che Cosa Nostra stava combattendo era ben più di un semplice confronto criminale; era un attacco frontale alla speranza, alla giustizia, alla stessa idea di legalità. E in questo scenario di sangue e terrore, Borsellino si era eretto a faro di speranza e di resistenza, rifiutandosi di cedere al compromesso morale che sembrava pervadere ogni angolo della società.

Borsellino era convinto che la lotta alla mafia dovesse essere, prima di tutto, una questione culturale e collettiva. Aveva visto la mafia non solo come un problema di sicurezza, ma come un cancro che minava il tessuto stesso della nostra società. In questo senso, la sua morte non è stata solo una perdita personale, ma un colpo diretto al cuore della nostra coscienza collettiva.

Ma se una bomba ha annientato la storia e la vita di un uomo e i suoi collaboratori, la domanda che sorge è: quanto possiamo permetterci di ignorare l’insegnamento di Borsellino? Come possiamo non sentirci chiamati in causa, anche oggi, a continuare la sua battaglia? Il suo esempio di coraggio e di dedizione non deve essere dimenticato, né dalla nostra memoria né dalla nostra azione quotidiana. La sua agenda rossa, sebbene fisicamente scomparsa, è ancora un simbolo potente di tutto ciò che resta da fare. La sua lotta era contro la paura, contro l’indifferenza, e oggi la sua eredità ci chiede di continuare a lottare, non solo per onorare il suo sacrificio, ma per costruire una società che non permetta più che simili atrocità accadano.

Quando si cresce in terre intrise di criminalità, come quelle da cui Borsellino proveniva, si impara presto che il vero coraggio non è l’assenza di paura, ma la capacità di affrontarla. Borsellino era un siciliano, e proprio questa sua appartenenza, questo profondo legame con la sua terra, ha reso il suo esempio ancora più potente e temuto dalle cosche mafiose.

Non possiamo dimenticare che, come lui stesso disse, “chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola.” Borsellino ha scelto di vivere con il coraggio, accettando il rischio di morire, piuttosto che soccombere alla paura. E noi, oggi, siamo chiamati a fare lo stesso.

Palermo, che non piaceva a Borsellino ma che ha imparato ad amare, rappresenta la nostra sfida: amare ciò che ci è difficile e lottare per cambiarlo. Questo è il vero amore, quello che si batte per un futuro migliore, nonostante le difficoltà e le ingiustizie. Ecco perché la sua memoria continua a vivere, perché il suo esempio ci spinge a non arrenderci mai, a continuare a sperare, a lavorare per un mondo che possa finalmente essere libero dalle catene della mafia.

Articolo a cura di Antonio Lungo

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