Sulle piattaforme virtuali e sui giornali, in questi giorni abbiamo tutti appreso la storia di Carlotta Rossignoli, neodottoressa in Medicina a soli ventitré anni.
Tra un rimbalzo social e l’altro – non si vuole qui sindacare la questione relativa al raggiungimento del suo traguardo – non sono mancati insulti diretti alla sua persona.
Seppur ormai siamo abituati ad assistere a questi episodi di “shitstorm” via web, il problema questa volta è che l’oggetto della contestazione non è stato il merito del suo operato, ma la presenza di sue foto social per così dire “provocanti”.

Modella, presentatrice tv e studentessa, le sue foto private in costume, al mare e alla spa sono apparse ovunque, come se potessero essere determinanti per la stesura di articoli su di lei.
Il modus operandi adottato dai giornalisti che la criticano è sempre lo stesso: in primo piano una foto della ragazza con la corona d’alloro sul capo mentre tiene – emozionata – la tesi di laurea e, subito dopo, una bella carrellata di immagini che la raffigurano in pantaloncini a New York, in costume alle terme, in bikini per la realizzazione di uno spot pubblicitario, e così via;
 come se queste foto, estrapolate dal suo profilo Instagram personale, possano dirci qualcosa relativamente alla correttezza del corso di studi.

La risposta dell’utente medio di Facebook – vedi post della Lucarelli per credere – è sempre la stessa:
“Si vede che è una poco di buono”, “la laurea gliel’hanno sicuramente comprata, come fa questa ad essere un medico?”, il tutto condito nei migliori dei casi da qualche battutina da boomer medio e quel giusto pizzico di riferimenti sessuali che non fa mai male.

Se andiamo più a fondo quindi, tra migliaia di commenti contro questa ragazza (ribadisco, non rivolti al titolo di studio ma a lei in quanto persona) è possibile cogliere un tratto in comune: l’opinione pubblica trasla, non si concentra più sulla meritocrazia o sulle contestabili o meno ore di tirocinio, ma passa ad un piano personale, fisico.

“Se metti foto in costume sui social e sei un personaggio pubblico allora devi aspettarti tutto questo”
Una gravissima fallacia argomentativa:
una foto in costume o in intimo usata in un articolo per denigrare un successo ottenuto è il frutto di un pensiero triste e misogino che influenza tutti coloro che, incosciamente o meno, ritengono rilevante una foto del genere per sindacare sul merito della questione.

Quale sarebbe il nesso tra il contestato libretto dei tirocini e una mezza chiappa abbronzata a Capalbio? Forse qualcosa mi sfugge.

L’aspetto più grave di tutto ciò, è il fatto che ormai questo modus operandi sia diventato parte integrante del giornalismo “clickbait” sui social che, seppur di facciata sembra farsi portatore di messaggi di condanna contro il bodyshaming e la mercificazione del corpo delle donne, dall’altro lato, in realtà, le dipinge come povere sceme dalle gambe lunghe e senza cervello, offuscando il lecito strumento della critica.

Quindi cari giornalisti/e (ahimè donne nella maggior parte dei casi) volete scrivere un articolo sul corso di studi di questa ragazza perché qualcosa non vi torna?
Fate pure, ma non usate foto personali non attinenti all’argomento col solo scopo di ledere la credibilità del soggetto, come se una scollatura o una gamba nuda potessero distogliere l’attenzione dal vero oggetto del discorso.

Se volete insultare, almeno fatelo bene.

A cura di Samantha scollato

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