Il 27 settembre 1943, mentre l’Italia era ancora sconvolta dall’armistizio e le truppe tedesche occupavano il Paese, Napoli insorse. Per quattro giorni, tra barricate, scontri nelle strade e ordini di evacuazione, una città stremata da mesi di bombardamenti affrontò l’esercito tedesco, riuscendo a liberarsi prima dell’arrivo degli Alleati. Fu una sollevazione popolare, senza alcuna organizzazione, nata dalla disperazione e dalla volontà di resistere a un’occupazione che minacciava di cancellare ogni possibilità di sopravvivenza.

Per comprendere come Napoli sia riuscita a conquistare la propria libertà in soli quattro giorni, bisogna tornare alle settimane che precedettero la rivolta, quando ormai era una città ferita, affamata e sottoposta a una violenza sempre più difficile da sopportare.

Dall’inizio della guerra aveva subito oltre cento bombardamenti e il 4 agosto 1943 un pesante attacco aereo americano aveva colpito vaste aree urbane, provocando vittime e distruzioni ben oltre la zona portuale. Anche il monastero di Santa Chiara era stato devastato dalle fiamme, mentre interi quartieri portavano ancora i segni delle incursioni. Alla fine di settembre, la città si trovava in condizioni drammatiche, con migliaia di morti, edifici distrutti e una popolazione sempre più esposta alla fame e alla paura.

L’8 settembre, quando fu annunciato l’armistizio con gli Alleati, molti napoletani scesero in piazza del Plebiscito per festeggiare la fine della guerra. La speranza durò poco: i tedeschi occuparono rapidamente le principali postazioni strategiche e i comandi italiani, privi di direttive chiare, non riuscirono a organizzare una resistenza efficace. Quelli che fino a pochi giorni prima erano stati alleati si trasformarono in occupanti, imponendo alla popolazione un regime di violenza e repressione. A Nola, alcuni ufficiali italiani furono fucilati per essersi opposti alla consegna delle armi, mentre a Napoli l’università venne incendiata e migliaia di persone furono rastrellate e derubate. Il comandante tedesco Walter Schöll assunse il controllo della città, imponendo lo stato d’assedio, il coprifuoco e pene severissime per chiunque fosse trovato in possesso di armi.

La situazione precipitò nei giorni successivi, quando la popolazione si trovò a fare i conti non soltanto con la repressione militare, ma anche con gli ordini di lavoro obbligatorio e di evacuazione.

Il 23 settembre fu ordinato a tutti gli uomini tra i diciotto e i trentaquattro anni di presentarsi per essere impiegati nei lavori al servizio dell’esercito tedesco. La risposta fu scarsissima e, il 27 settembre, venne imposto un ultimatum: chi non si fosse presentato sarebbe stato fucilato sul posto.

Il giorno precedente era stato ordinato lo sgombero di una vasta fascia costiera, costringendo decine di migliaia di persone ad abbandonare le proprie case. Per molti napoletani, ormai privati di ogni sicurezza e prospettiva, la misura fu la goccia che fece traboccare il vaso.

La rivolta esplose il 27 settembre, quando un episodio apparentemente isolato si trasformò in un primo atto di ribellione. In un negozio del centro, alcuni soldati tedeschi stavano portando via della merce e pretesero anche l’incasso, ma il cassiere reagì sparando. I commessi e i passanti intervennero, disarmando i militari e costringendoli alla fuga. La notizia si diffuse rapidamente e, nel giro di poche ore, gli scontri si estesero a diversi quartieri della città. I napoletani recuperarono le armi rimaste nelle caserme, costruirono barricate con mobili, pietre e tram rovesciati e organizzarono punti di resistenza improvvisati. Non esisteva un comando unico né una direzione politica capace di coordinare l’insurrezione: la rivolta nacque dal basso, coinvolgendo cittadini di ogni estrazione sociale, dagli operai agli studenti, dagli artigiani agli intellettuali.

Tra i protagonisti ci furono anche i ragazzi dei quartieri popolari, gli scugnizzi, che parteciparono agli scontri con un coraggio straordinario nonostante la giovanissima età. Tra loro c’era Gennaro Capuozzo, appena dodicenne, che il 29 settembre combatté in via Santa Teresa degli Scalzi, dovegli insorti cercavano di fermare i mezzi corazzati tedeschi provenienti da Capodimonte. Colpito a morte dall’esplosione di una granata, divenne uno dei simboli della rivolta e fu insignito della medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

La sua storia racconta il volto più drammatico di questa vicenda, simbolo di una popolazione che, pur senza un esercito e senza una guida unitaria, decise di opporsi all’occupazione, mettendo in gioco la propria vita.

Il 29 settembre, dopo giorni di combattimenti, i tedeschi iniziarono a trattare con gli insorti.

L’accordo prevedeva la possibilità di lasciare la città senza essere attaccati, in cambio della liberazione degli ostaggi. La mattina del 30 settembre, le truppe tedesche avevano ormai

abbandonato Napoli, lasciandosi alle spalle una città devastata e una popolazione che aveva conquistato la propria libertà attraverso una rivolta popolare.

Il bilancio delle Quattro Giornate rimane ancora oggi oggetto di ricostruzioni differenti. Le cifre delle vittime variano a seconda delle fonti e dei criteri utilizzati per il conteggio, ma la portata della rivolta è indiscutibile. Per il suo contributo alla lotta di liberazione, Napoli fu insignita della medaglia d’oro al valor militare, riconoscimento del sacrificio di una popolazione che aveva affrontato l’occupazione tedesca senza attendere l’arrivo degli Alleati.

Quando le truppe alleate entrarono a Napoli il 1° ottobre 1943, la città era già libera. Non erano stati gli eserciti stranieri a spezzare l’occupazione tedesca, ma una popolazione che, dopo settimane di bombardamenti, fame e repressione, aveva trovato la forza di ribellarsi. Operai, studenti, donne, uomini e ragazzi avevano combattuto senza un comando unitario, trasformando le strade e i vicoli in un fronte di resistenza.

L’eredità delle Quattro Giornate va oltre i quattro giorni di combattimenti: racconta cosa può accadere quando una popolazione, privata di ogni certezza, smette di subire e sceglie di agire.

Napoli non rimase in attesa della libertà. Fu la sua gente a darle voce.

A cura di Antonio Lungo

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