La guerra in Ucraina, come sosteniamo ormai da tempo, rischia di arrivare ad un punto di non ritorno e i fronti, già per loro natura fisiologicamente caldi, rischiano di arrivare ad un surriscaldamento generale, che renderebbe il raffreddamento della situazione sempre più difficoltoso.
Avevamo definito la Moldavia il futuro della guerra tra Kiev e Mosca, in virtù della storia del paese e del cosiddetto stato cuscinetto che si interpone tra Moldavia e Ucraina, cioè la Transnistria; tuttavia, occorre tenere sotto controllo due situazioni distinte, ma collegate allo stesso modo, che contro ogni aspettativa si sono realizzate.
Stiamo parlando di quanto accaduto in Georgia, la neo-strategia ungherese, dopo la richiesta di pace non andata a buon fine, e l’inversione di rotta di Erdogan, del quale ormai non ci si meraviglia più di nulla.
La Georgia si presenta nell’attuale panorama geopolitico in una situazione identica all’Ucraina, in quanto essa è un ex oblast russo che ha dichiarato la propria indipendenza nel 1991, scatenando l’ira delle forze separatiste filorusse nell’Ossezia del Sud, e uno scenario simile si sviluppò in Abcasia. Siamo nel 1992-93 e solo i caschi Blu dell’Onu riescono a sedare gli animi turbolenti.
Tuttavia, sedare non vuol dire fermare, infatti nel 2003 a seguito di una occidentalizzazione della politica georgiana si riaccende la miccia che aveva portato allo scontro nel 1992, e infatti nell’Agosto 2008 si giunge ad una vera e propria crisi diplomatica tra le due repubbliche separatiste e filorusse e la Georgia.
La guerra terminò con decine di migliaia di sfollati, la perdita di giurisdizione ufficiale da parte della Georgia di Abcasia e Ossezia del Sud e qualche centinaio di morti.
Insomma, traslando ciò ad oggi, con una guerra tra Kiev e Mosca più che in sviluppo, una situazione simile potrebbe riaccendersi dal nulla, e a dimostrazione di ciò vi è il fatto che la virata antioccidentale che ha subito la Georgia recentemente ha creato più di qualche disagio all’ordine pubblico della nazione, e francamente sembra un copione già scritto.
Ulteriore notizia che allarga ulteriormente il fronte è l’entrata della Finlandia nella NATO.
Entrare nel Patto Atlantico necessita dell’unanimità di tutti i componenti, il che vuol dire che basta uno stato opponente per paralizzare l’entrata di una papabile new entry. Per Finlandia e Svezia la situazione è stata in stallo finché la Turchia, subito dopo l’Ungheria, ha rimosso il veto che paralizzava la Finlandia, prendendo tempo sulla Svezia.
La giustificazione mossa da Erdogan per mesi era basata sull’accusa che entrambi gli stati paralizzati in un limbo di preadesione al Patto, dessero rifugio a membri del PKK, partito dei lavoratori del Kurdistan. Il Kurdistan è uno stato cuscinetto che si trova in un altopiano che comprende Turchia, Iraq, Iran e Siria, parte attiva della guerra civile in Siria con i “Rojava” ed eterno rivale della Turchia.
Tornando a quanto stavamo dicendo, con la rimozione del veto, la Finlandia è entrata nella NATO, inasprendo ancora di più i rapporti tra Kiev e Mosca, poiché Russia e Finlandia sono confinanti per ben 1340 km.
La cortina di Ferro si allunga e alla Georgia basta una scintilla, chi si era posto da mediatore sembra si sia stancato di fare gioco forza, eppure l’Europa fa finta di niente e al posto di cercare di trovare una soluzione attende inerme il suo destino.
Articolo a cura di Roberto Bonavoglia.
