President Jimmy Carter and Chinese Vice Premier Deng Xiaoping meet outside of the Oval Office on Jan. 30, 1979. (AP) Jimmy Carter: How to repair the U.S.-China relationship — and prevent a modern Cold War https://www.washingtonpost.com/opinions/jimmy-carter-how-to-repair-the-us-china-relationship--and-prevent-a-modern-cold-war/2018/12/31/cc1d6b94-0927-11e9-85b6-41c0fe0c5b8f_story.html?utm_term=.769e85f690e0 By Jimmy Carter December 31, 2018 Jimmy Carter, the 39th president of the United States, is founder of the nonprofit Carter Center.

29 gennaio 1979: Deng Xiaoping incontra Jimmy Carter.

In quello storico giorno si era appena materializzata la dottrina “riforma e apertura”, di cui il fulcro è stata proprio la prima emblematica visita di un leader cinese negli USA.

Da allora, superato l’isolamento successivo agli avvenimenti di Piazza Tienanmen, la Cina è stata sempre più sotto i riflettori, mediatici e politici, dell’occidente.

La Cina si è sempre mossa seguendo tre interessi: sviluppo economico, difesa della sovranità nazionale e conservazione del regime, motivo della spasmodica attenzione ad armi ed esercito, oltre che alle relazioni internazionali, figlie tanto della sopracitata matrice Deng, quanto della matrice socialista-terzomondista.

Infatti si può notare come il gigante asiatico abbia posto in essere molti atti teleologicamente ordinati ad evitare che altre superpotenze possano minare la stabilità economica e l’influenza geopolitica ormai raggiunta.

In Sud America la vittoria di Lula alle presidenziali del Brasile ha permesso alla Cina di avere un rilevante avamposto rosso in prossimità di Washinton. Lula, infatti, che già aveva governato dal 2003 al 2011, è sempre stato in ottimi rapporti con la Cina, che finanziò la “Bolsa Familia”, una misura governativa del primo governo Lula che fu al centro della campagna elettorale del neopresidente agli inizi degli anni 2000.

Anche l’Africa subisce l’influenza di Pechino: negli ultimi anni è stato coniato il nuovo termine di “Africa Cinese”.

In un contesto in cui l’Europa è stata scacciata via nella regione subsahariana del Sahel, dove soprattutto la Francia aveva investito molto con il beneplacito dell’UE, il colosso cinese, il cui unico apparente competitor in quella zona è la Turchia, è riuscito a fidelizzare la quasi la totalità del continente attraverso la costruzione di infrastrutture, porti, sistemi di telecomunicazioni e aeroporti.

Anche Pechino è ovviamente interessata alle risorse, tanto da compiere ingenti investimenti in Terre Rare; 17 elementi chimici che sono e saranno la base dell’economia in quanto fattori cardini di numerosissimi settori: dal militare alle auto elettriche, per poi andare sul commercio degli smartphone e le fibre ottiche.

Sul fronte medio orientale, recentemente Xi Jinping è stato fondamentale nella riappacificazione, attraverso il raggiungimento di un accordo commerciale, tra due nemici storici: Iran e Arabia Saudita.

L’accordo verte sulla ristabilizzazione delle sedi diplomatiche tra i due Paesi, sintomo di una volontà di pace. Il ruolo di mediatore della Cina è stato fondamentale, in quanto l’Arabia Saudita ha raffreddato i propri rapporti con Washington,:l’Iran non ha alternative a Pechino. Così facendo la Cina inizia a sviluppare in Medio oriente ciò che è stato definito un “soft power anti USA”: un sottile potere di influenza che mira a privare Washington della quasi egemonia in Medio Oriente negli ultimi decenni.

La Cina inoltre non si è fatta sfuggire l’occasione, con il ritiro delle truppe da Kabul, di avvicinarsi all’Afghanistan, colmando lacune economiche lasciata dagli USA dopo 30 anni di guerra. Un esempio può essere il CPEC, corridoio commerciale che coinvolge anche il Pakistan.

Si può vedere infine come il rapporto tra Cina e America si rivela essere sempre uno snodo cruciale, soprattutto dopo la polarizzazione delle alleanze che sembra aver sino ad ora causato l’invasione Russa ai danni dell’Ucraina.

Lo scorso 5 maggio, il Dipartimento di Stato statunitense ha aggiornato nel suo sito web la scheda informativa sulle relazioni tra Stati Uniti e Taiwan. Le modifiche portano a notare ogni esplicito riferimento alla One Cina Policy, iniziata proprio nel 1979 e con cui gli USA “riconoscono” la Cina e non Taiwan. La paura Americana è quella della possibilità di un attacco a Taiwan, come suggerito proprio dalla direttrice dell’Intelligence.

Di certo il rapporto tra Cina e Russia non sembra essersi interrotto a causa della guerra, come suggeriscono le recenti dichiarazioni di Xi, in occasione dell’incontro con Putin: «Negli ultimi dieci anni, i nostri due Paesi hanno consolidato e ampliato le relazioni bilaterali sulla base della non alleanza, del non confronto e del non prendere di mira terze parti», «un ottimo esempio per lo sviluppo di un nuovo modello di relazioni tra i principali paesi caratterizzato dal rispetto reciproco, dalla convivenza pacifica e dalla cooperazione vantaggiosa per tutti». Possibile che in queste parole ci sia un riferimento alla NATO?

La domanda allora sorge spontanea: visti gli ultimi successi, oltre che economici, anche diplomatici, come la mediazione tra Iran e Arabia Saudita, quale potrebbe essere la reazione americana ad una volontà della Cina di porsi come “pacificatore” anche nel vecchio continente (oltre che nello strategico medio oriente)?

A riguardo solo una conclusione si può trarre con certezza: i cambiamenti dell’attuale equilibrio che si muove su questo binario si avvertirebbero su scala globale.

Articolo a cura di Gianmarco Bruno e Roberto Bonavoglia.

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