In una società nella quale la mera apparenza conta sempre più dell’essenza, i princìpi, ovvero l’insieme delle norme morali che orientano i comportamenti degli individui, rischiano di dissolversi e il pensiero finisce per arrancare sugli angusti sentieri degli stereotipi che si alimentano di opinioni precostituite, generiche e banalizzanti, obbligando ad una competizione ostile pur di primeggiare per apparire.

Nella società contemporanea conta solo chi vince, anche se, pur di apparire, sarebbe disposto a barattare la vittoria con la propria onestà intellettuale ed i propri ideali.
Senza banalizzare, una premessa è giusto farla: vincere è importante, la vittoria contribuisce ad accrescere la consapevolezza circa le proprie forze, a coronare i propri sforzi.
Ma che valore assume una vittoria in spregio delle regole e del rispetto dell’avversario?

Nello sport come nella politica il rispetto delle regole e dell’avversario rappresentano il fondamento etico della competizione.
In ogni disciplina è fondamentale che l’atleta venga aiutato a sviluppare una mentalità vincente che lo porti ad accettare la sfida anche nella consapevolezza della maggiore abilità del proprio avversario. Persino quando la propria sconfitta è inevitabile, l’atleta dovrebbe saper riconoscere l’altrui superiorità e rendere il giusto merito.

Il gesto è di primaria importanza, e la sua essenzialità contrapposta alla spettacolarizzazione della vittoria.

Soprattutto quando i gesti, più delle parole, esprimono considerazione e rispetto per l’altro, per l’avversario di cui, ad esempio, come accade nel mondo della politica, non si condividono le idee ma che si rispetta come persona per l’onestà e  la fermezza nei propri ideali. Persino la politica della vituperata Prima Repubblica può vantare esempi illuminanti: nel giugno del 1984 Giorgio Almirante, insieme con Pino Romualdi, fra lo stupore generale, si recò nella sede centrale di via delle Botteghe Oscure, dove era stata allestita la camera ardente di Enrico Berlinguer, per rendere omaggio al segretario del Partito Comunista Italiano; alla morte di Almirante, nel 1988, una delegazione guidata da Pajetta e da Nilde Iotti si recò a rendere omaggio alla salma del leader del MSI.

E come dimenticare l’inchino di McEnroe, mentre il suo avversario Borg teneva in mano la coppa di Wimbledon. Il gesto, da grande campione, lanciò un messaggio meraviglioso: perdere accettando la sconfitta non è solo gesto di fair play, ma anche dimostrazione di come, anche senza un trofeo, si può essere vincenti.

Gli applausi “inaspettati” dei Grandi Elettori della Lega a Montecitorio alla rielezione di Sergio Mattarella invece contraddicono nei fatti il valore dell’onestà e della fermezza degli ideali incarnando quel falso ideale del primato della vittoria di cui fregiarsi cedendo alla lusinga dell’apparenza.

Forse è proprio questa l’idea, allora, da cui bisognerebbe prendere le mosse: esiste una sottile – quanto importante – linea di confine tra l’essere un vincente ed un vincitore. La medaglia d’oro appesa al chiodo rimane un monile sfarzoso ed ugualmente inutile se mentre si è indossata gli altri hanno guardato altrove.
Il vincitore non sempre è vincente.

 “In fondo vi è serenità soltanto dove vi è vittoria”

Così recitava Nietzsche, racchiudendo in un’unica frase il significato dell’esistenza dell’uomo, nella sua incessante scalata verso la vetta del successo, alla ricerca della serenità.
Eppure non è così scontata la pace interiore: chi siamo dopo aver vinto rinunciando ai nostri ideali e perdendo il rispetto altrui? Forse sarebbe meglio perdere e mantenere intatta la propria coscienza; forse non è così corretto pensare di poter vincere essendo disposti a tutto; bisogna far attenzione alle rinunce che si compiono, talvolta valgono di più.

E allora due applausi a chi vince con rispetto, uno a chi perde con rispetto.
Ma a chi vince senza rispetto?

Raga meglio se perdo ma vado a dormì tranquillo.

a cura di Gaetano Cinque

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